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Comunicazione: conoscerla per essere più efficaci

La comunicazione può essere definita come un processo di scambio di informazioni e di condizionamento fra due o più persone che avviene in un determinato contesto. Questa definizione mette in risalto un aspetto fondamentale della comunicazione: essa permette non solo il passaggio di un contenuto, ma anche e soprattutto, un contatto con l’altro e, di conseguenza, la possibilità di influenzarne i comportamenti.

I principi della comunicazione

Come è possibile immaginare la comunicazione è un processo complesso che va ben oltre il semplice linguaggio, il quale costituisce solo uno dei possibili canali comunicativi a nostra disposizione. Per comprendere che cosa sia la comunicazione è necessario essere consapevoli dei principi (o assiomi) che ne costituiscono il nucleo e che ne fanno lo strumento fondamentale a disposizione di ciascuno per mettere in atto scambi comunicativi più chiari ed efficaci

Non si può non comunicare

La comunicazione, infatti, non è veicolata soltanto dalle parole: qualsiasi comportamento che un individuo mette in atto trasmette un’informazione e, poiché non è possibile non assumere alcun comportamento è facile capire come sia impossibile non comunicare.

Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione

Questo principio mette in evidenza i due livelli che caratterizzano ogni comunicazione: il primo riguarda il contenuto ovvero quello che si dice, l’informazione che si trasmette; il secondo livello, invece, è costituito dalla relazione cioè dal tipo di rapporto esistente tra gli interlocutori: per questo motivo alcuni messaggi pur avendo lo stesso contenuto possono assumere diversi significati relazionali molto diversi fra loro.

La qualità di una relazione dipende dalla punteggiatura e delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.

A seconda della “punteggiatura” usata cambia il significato dato alla comunicazione e alla relazione. La comunicazione comprende diverse versioni della realtà, che si creano e modificano durante l’interazione tra più individui. Queste diverse interpretazioni dipendono dalla punteggiatura della sequenza degli eventi, ossia dal modo in cui ognuno tende a credere che l’unica versione possibile dei fatti sia la propria. Nella vita di coppia, per esempio, il rischio è quello di osservare la situazione esclusivamente dal proprio punto di vista, usando cioè la propria punteggiatura e non riuscendo a cogliere quella dell’altro.

Esistono due tipi di comunicazione: la comunicazione analogica, o verbale e la comunicazione digitale, o non verbale.

Quando si parla di comunicazione verbale si fa riferimento al linguaggio scritto o parlato, il quale trasmette il contenuto del messaggio in modo chiaro e preciso grazie ad un sistema di codici condiviso dagli interlocutori. La comunicazione non verbale si basa invece sulla somiglianza tra ciò che si comunica verbalmente e il modo con cui, attraverso il linguaggio del corpo (sguardo, atteggiamento, tono della voce ecc …), vengono veicolati i messaggi emotivi e relazionali ad esso legati.

Una comunicazione efficace implica una coerenza fra entrambe le componenti appena descritte, in caso contrario il messaggio sarà incongruente e, di conseguenza, debole. È pero necessario sottolineare che la comunicazione non verbale è in parte influenzata dai fattori culturali, pertanto dei comportamenti possono essere interpretati in modo diverso da persone appartenenti a culture diverse.

Tutti gli scambi comunicativi si fondano o sull’uguaglianza o sulla differenza e quindi possono essere simmetrici o complementari.

Si dicono complementari gli scambi comunicativi in cui i comunicanti non sono sullo stesso piano ad esempio la mamma ed il bambino, il datore di lavoro e il dipendente.

Sono simmetrici gli scambi in cui gli interlocutori si considerano sullo stesso piano: è questo il caso di comunicazioni tra pari grado ad esempio colleghi, amici, compagni di classe ecc.

Il processo comunicativo

Nessuno di questi due tipi di scambi è di per sé negativo, ma è necessario che ciascuno sia in grado di avviare l’uno o l’altro tipo di interazione in funzione del contesto.

Come abbiamo visto la comunicazione è un processo, ovvero una serie di atti che hanno un obiettivo specifico, la comunicazione si considera avvenuta con successo quando l’emittente riesce a far capire al ricevente il senso il senso di quanto voleva comunicare.

Analizzando più nello specifico il processo comunicativo, esso ha inizio dalla volontà dell’emittente di trasmettere un pensiero all’esterno. Affinché questo sia possibile avviene la codifica, il pensiero viene cioè tradotto in simboli, segni o suoni con un significato condiviso. Una volta codificati i pensieri diventano messaggi che giungono al ricevente, il quale, a sua volta, metterà in atto un processo di decodifica che gli consentirà di ritradurre il messaggio in un significato.

Questo significato, proprio del destinatario, non è necessariamente identico a quello dell’emittente, ma sarà legato ai processi mentali che il ricevente ha messo in atto durante la decodifica. Ovviamente tutto questo è possibile solo nel caso in cui esista un significato (o codice) condiviso, in caso contrario non avverrà la decodifica e il messaggio non sarà compreso.

Una volta decodificato il messaggio il secondo soggetto vorrà produrre una risposta, diventando a sua volta un emittente e dando il via a un nuovo processo comunicativo di risposta (feedback). Lo scambio reciproco tra emittente e ricevente dà origine a una interazione.

Ascolto attivo

Con questo termine si intende quell’importante componente del processo comunicativo, attraverso il quale un individuo attenzione, in modo consapevole e volontario, a quanto viene comunicato da un altro individuo, senza pregiudizi, senza interruzioni e fornendo, se necessario, segnali di ascolto. Un ascolto di questo tipo non implica soltanto attenzione a ciò che viene detto, ma anche ai gesti e alle emozioni trasmesse da chi parla.

Feedbak

L’ascolto attivo ha una funzione fondamentale, ovvero individuare se il messaggio trasmesso inizialmente e a cui il ricevente ha risposto, è stato compreso correttamente. Esso permette cioè di cogliere il feedback: la risposta del destinatario a quanto viene comunicato e, attraverso di esso, è possibile individuare se la comunicazione è andata a buon fine.

Ovviamente, affinché questo sia possibile è necessario essere in grado di recepire il feedback in modo adeguato e completo. Il feedback non fa riferimento solo a una risposta verbale o scritta, ma include comportamenti, atteggiamenti o espressioni. L’attenzione a feedback non verbali può costituire un importante fonte di informazioni sull’efficacia di una comunicazione soprattutto con persone di lingua e cultura diverse, con le quali la restituzione verbale può non essere sempre chiara.

Essere più consapevoli per essere più efficaci

Comprendere i principi che governano la comunicazione e il suo funzionamento consente di avere una maggiore consapevolezza nel gestire le situazioni comunicative della quotidianità. La consapevolezza è a sua volta alla base di una comunicazione efficace ovvero uno scambio in cui il messaggio possa raggiungere l’obiettivo per il quale viene emesso.

Per riassumere quando detto in precedenza si ha una comunicazione efficace quando sono presenti tre elementi fondamentali, la presenza di un codice condiviso, un feedback su quanto è stato comunicato e l’ascolto attivo. Soltanto in presenza di questi tre elementi emittente e ricevente, nella continua alternanza di ruoli che costituisce il processo comunicativo, potranno recepire efficacemente i messaggi ricevuti e produrre risposte adeguate.

Resilienza: cos’è e come si sviluppa

La resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno e di riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili.

Definizione

In psicologia la resilienza definisce la capacità delle persone di riuscire ad affrontare gli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà. In altre parole la resilienza consente l’adattamento alle avversità.

La resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo.

Essere resilienti, tuttavia, non significa che la persona non si senta in difficoltà o non esperisca una certa quota di stress; il dolore emotivo, la tristezza e altre emozioni negative sono frequenti e comuni in coloro che vivono delle avversità o delle situazioni traumatiche.

Le caratteristiche della resilienza

Coloro che possiedono un alto livello di resilienza riescono a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti. Si tratta, sostanzialmente, di persone ottimiste, flessibili e creative, che sono in grado di lavorare in gruppo e attingono spesso alle proprie e altrui esperienze.

La resilienza è, dunque, una funzione psichica che si modifica nel tempo in rapporto all’esperienza, ai vissuti e, soprattutto, al cambiamento dei meccanismi mentali che la sottendono.

Le persone più resilienti, e che quindi spesso riescono meglio a fronteggiare le avversità della vita, presentano:

  1. Impegno: ovvero la tendenza a lasciarsi coinvolgere nelle attività;
  2. Locus of control interno: la convinzione di poter dominare gli eventi che si verificano al punto da non sentirsi in balia degli stessi;
  3. Gusto per le sfide: ossia predisposizione ad accettare i cambiamenti non vivendoli come problematici.

Impegno, controllo e gusto per le sfide sono caratteristiche della persona di cui si può avere consapevolezza e perciò possono essere coltivati e incoraggiati. Per questo, la resilienza non è una caratteristica che è presente o assente in un individuo, essa presuppone comportamenti, pensieri ed azioni che possono essere appresi da chiunque.

Componenti che sviluppano la resilienza

E’ possibile individuare cinque componenti che contribuiscono a sviluppare la resilienza.

  1. L’ottimismo. La disposizione a cogliere il lato buono delle cose, è un’importantissima caratteristica umana che promuove il benessere individuale e preserva dal disagio e dalla sofferenza fisica e psicologica. Chi è ottimista tende a sminuire le difficoltà della vita e a mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi.
  2. L’autostima. Avere una bassa considerazione di sé ed essere molto autocritici, infatti, conduce a una minore tolleranza delle critiche altrui, cui si associa una quota maggiore di dolore e amarezza, aumentando la possibilità di sviluppare sintomi depressivi.
  3. La robustezza psicologica (Hardiness). Essa è a sua volta scomponibile in tre sotto-componenti, il controllo (la convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante, mobilitando quelle risorse utili per affrontare le situazioni), l’impegno (con la chiara definizione di obiettivi significativi che facilita una visione positiva di ciò che si affronta) e la sfida, che include la visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze.
  4. Le emozioni positive, ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.
  5. Il supporto sociale, definito come l’informazione, proveniente da altri, di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati. E’ importante sottolineare come la presenza di persone disponibili all’ascolto sia efficace poichè mobilita il racconto delle proprie sventure. Raccontare è liberarsi dal peso della sofferenza, e l’accoglienza gentile e senza rifiuti o condanne da parte degli altri segnerà il passaggio da un racconto tutto interiore, penoso e solitario (che può sfociare in forme di comunicazione delirante) alla condivisione partecipata dell’accaduto.

In definitiva, ciò che determina la qualità della resilienza è la qualità delle risorse personali e dei legami che si sono potuti creare prima e dopo l’evento traumatico.

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Smart Working e la sindrome da workaholism

L’emergenza sanitaria che abbiamo vissuto ha costretto la maggior parte di noi a modifiche le proprie pratiche lavorative. Molte aziende si si sono trovate, quasi improvvisamente, a gestire l’emergenza organizzativa, approdando, in tempi rapidi, al lavoro agile o smart working.

Gli effetti dello smart working

In un recente report sul lavoro agile nelle Pubbliche Amministrazioni durante il periodo covid19, è stato rilevato come lo smart working tenda a diminuire lo spazio sia fisico sia psicologico tra vita privata e vita lavorativa, in quanto rende il lavoratore iperconnesso. Questo può avere effetti positivi, in termini di mobilità, produttività e multitasking, ma anche negatività legate all’aumento dello stress lavoro-correlato, ma soprattutto di sindromi non facilmente rilevabili, come quella da workaholism. Si tratta, infatti, di una sindrome non sempre facile da individuare che si mimetizza con facilità, in quanto per l’azienda il lavoratore workaholic può essere una risorsa umana molto produttiva, mentre da parte del lavoratore si instaura una vera e propria dipendenza, entrambi gli attori in gioco avranno quindi difficoltà a riconoscimento determinati comportamenti come un problema concreto.

Definizione della workaholism

Il termine workaholic detta anche work addiction (letteralmente dipendenza da lavoro) è stato coniato da Oates nel 1971, come contrazione delle parole ‘work’, ovvero ‘lavoro’ e ‘a(lco)holic’, cioè ‘alcolizzato’. Si riferisce a persone la cui necessità di lavoro è diventata così forte che può costituire un pericolo per la loro salute, per il benessere personale, per le relazioni interpersonali e per il funzionamento sociale. La workaholism indica quindi il bisogno incontrollabile di lavorare incessantemente e rientra nel novero delle nuove dipendenze, assieme alla Internet Addiction, Shopping Compulsivo. Essa, tuttavia, si differenzia dalle classiche dipendenze comportamentali, poiché non si riferisce, come per l’uso di sostanze, al ricorso ad un agente esterno per l’ottenimento diretto di un appagamento istantaneo, bensì ad un’attività che richiede uno sforzo finalizzato alla produzione di un lavoro o di un sevizio, per il quale si prevede una remunerazione.

L’attività lavorativa, pertanto, diventerebbe una sorta di scappatoia impiegata dal soggetto per evitare emozioni negative, relazioni o responsabilità. Nonostante si tratti di un tema dibattuto da diversi anni, la workaholism, per la sua stessa correlazione con un’attività quotidiana, quella lavorativa, indispensabile e di interesse comune, difficilmente viene riconosciuta dalla società occidentale come un disagio patologico.

Sintomi della workaholism

Nel 1997 alcuni studiosi hanno proposto una caratterizzazione di workaholism attualmente valida e condivisa, concettualizzato l’esistenza di tre caratteristiche principali della persona dipendente da lavoro:

  • Spendere la maggior parte del proprio tempo in attività correlate al lavoro, generando un malfunzionamento sociale, nelle relazioni interpersonali e familiari e sullo stato di salute;
  • Pensare e focalizzarsi sul lavoro per trovare soluzioni, anche quando non si sta lavorando;
  • Lavorare al di là delle richieste o necessità finanziarie e organizzative.

Queste caratteristiche porteranno alla messa in atto di alcuni comportamenti problematici come una riduzione del sonno, consumo eccessivo di caffeina e sbalzi di umore.

Si possono inoltre identificare diversi stili comportamentali della persona dipendente dal lavoro:

  • compulsivo-dipendente: correlato ad ansia, stress, problemi fisici e psicologici, e negativamente a performance lavorative e a livelli di soddisfazione lavorativa e/o personale;
  • perfezionista: correlato positivamente ad alti livelli di stress, problemi fisici e psicologici, relazioni interpersonali ostili, bassa soddisfazione lavorativa, scarsa performance e assenteismo dal lavoro;
  • orientato al successo: positivamente correlato a buona salute fisica e psicologica, soddisfazione lavorativa e personale e comportamenti socialmente desiderabili.

Origine della workaholism

Come per le altre dipendenze, anche la workaholism ha un’origine multifattoriale, pertanto, sembrerebbe derivare dalla storia di apprendimento familiare, in cui i figli tenderanno ad assumere gli alti standard dei genitori, eccellendo nelle attività scolastiche ed extrascolastiche. Tali ritmi, vissuti come naturali, avrebbero come scopo quello di ricevere attenzioni e riconoscimento da parte degli stessi genitori e, talvolta, legittimando un minor investimento nelle relazioni interpersonali ed un atteggiamento di chiusura emotiva.

Si somma all’influenza dell’ambiente familiare, l’innovazione tecnologica che, con l’avvento di internet, smartphones e tablet e indebolendo i confini naturali tra ambito professionale e privato, avrebbe permesso al lavoro di invadere quegli spazi umani precedentemente non intaccati dalla sfera professione. Banalmente, il fatto di essere sempre reperibili tramite cellulare, da un lato rassicura, dall’altro sembrerebbe operare una sorta di invasione e controllo sulle vite private dei lavoratori.

Atro aspetto rilevante è la presenza di tratti di personalità che predisporrebbero allo sviluppo di questa problematica quali: la motivazione al successo, il perfezionismo, la coscienziosità e l’auto-efficacia. In particolare sembrerebbe che gli individui che riferiscono livelli più elevati di auto-efficacia nelle attività lavorative rispetto ad attività non lavorative abbiano maggiori probabilità di diventare maniaci del lavoro.

Infine non è da sottovalutare il ruolo svolto dagli ambienti organizzativi che tenderebbero a rinforzare alcuni tratti di personalità. In particolare la workaholism può svilupparsi quando i dipendenti percepiscono che il lavorare oltre l’orario di lavoro anche a casa, nei fine settimana o durante le vacanze, sia considerata una condizione indispensabile per il successo e l’avanzamento di carriera.

In conclusione.

Il lavoro agile e intelligente risulta un’ottima strategia per fronteggiare una crisi di qualsiasi natura (dalla pandemia alla crisi economica) agevolando l’azienda, ma anche il lavoratore. Non bisogna, però, dimenticare di ricostruire, anche nel contesto virtuale, momenti di socializzazione, ma soprattutto di supporto e attenzione alle ‘vulnerabilità’ lavorative.

Potrebbe essere utile se l’organizzazione fornisse dei feedback positivi ai suoi dipendenti, non tanto rispetto al tempo speso per quel lavoro ma, su strategie di gestione del tempo che rendano il lavoro più produttivo. Sarebbe inoltre auspicabile la creazione di un clima organizzativo nel quale i dipendenti possano lavorare serenamente raggiungendo gli obiettivi previsti, ma anche godere delle attività extra lavorative.

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Googlare i propri sintomi: Cybercondria

Ormai la nostra prima risposta a qualunque domanda è cercare informazioni su internet: una ricetta, un’informazione, un dubbio, un luogo, Google sembra avere tutte le risposte che cerchiamo anche in merito allo stato di salute.  

La ricerca di informazioni online rispetto alla propria salute è un fenomeno in crescita in tutto il mondo. Questa tendenza può essere spiegata con la presenza di alcuni potenziali “vantaggi”:

  • La rete garantisce prima di tutto l’anonimato e questo è particolarmente importante se le informazioni oggetto della ricerca riguardano sfere molto personali della propria vita che possono causare imbarazzo;
  • Non bisogna poi sottovalutare l’aspetto economico, le informazioni in rete sono infatti gratuite;
  • Altro aspetto estremamente significativo è la sensazione di “saperne di più” sui propri sintomi che, in alcuni casi, risponde a un bisogno individuale di controllo.

Manca ancora un consenso internazionale sul ritenere la ricerca online la causa o la conseguenza dell’ansia per la salute, tuttavia i ricercatori sembrano essere concordi sul fatto che cercare i propri sintomi online possa contribuire in modo significativo al peggioramento di un’ansia per la salute pre-esistente o ad innescare l’ansia per la salute in persone che prima non avevano livelli problematici di stress.

Cybercondria

Il termine “cybercondria” fa riferimento ad una persona che cerca in modo eccessivo e perseverante in Internet informazioni su particolari sintomi reali o immaginari di una malattia. Tale attività viene portata avanti nonostante l’aumento dell’ansia per la salute sperimentata e la compromissione del funzionamento della vita quotidiana. I molteplici e diversi risultati delle ricerche online di un sintomo, rendono il quadro diagnostico molto confuso e le persone tendono a cercare rassicurazioni dai medici prenotando molte visite per avere più pareri, facendo quindi accesso con più frequenza ai servizi del sistema sanitario nazionale. In questo senso, oltre ad aumentare i costi della sanità pubblica, i pazienti sperimentano uno stress tale da provare sfiducia nei medici a causa della probabile incongruenza delle diagnosi ricevute dai medici in persona rispetto a quelle online.

La cybercondria è un costrutto multidimensionale caratterizzato da aspetti comportamentali (cercare eccessivamente informazioni online), emotivi (la preoccupazione per la propria salute), cognitivi (pensieri inerenti la propria salute e il significato di certe sensazioni corporee) e relazionali.

Le caratteristiche fin qui descritte evidenziano come la cybercondria abbia aspetti in comune con il disturbo ossessivo-compulsivo, con l’ipocondria e con l’uso problematico di internet.  Sembra inoltre che anche chi non ha ansia per la salute in partenza (ipocondria), può poi provarla come conseguenza delle ricerche online su un sintomo più o meno banale. Quindi, l’escalation di ansia e le ricerche online, con conseguente difficoltà di controllo nell’uso di internet, sfociano nell’aumento del tempo speso a cercare sintomi online e portano, quindi, a una compromissione della vita quotidiana.

Modello metacognitivo della cybercondria

Vista la sovrapposizione della cybercondria con altri disturbi (ansia per la salute, l’uso problematico di internet, disturbo ossessivo-compulsivo), Thomas A. Fergus e Marcantonio M. Spada hanno dimostrato che alcuni correlati di tali disturbi possono avere un ruolo nella spiegazione della cybercondria.

L’inquadramento teorico della cybercondria elaborato dai due studiosi può essere spiegato mediante la seguente concettualizzazione metacognitiva del problema.

Il circolo vizioso del cybercondriaco inizia con un pensiero, un’immagine, un ricordo o una sensazione legata alla propria salute e che costituisce un fattore scatenante (trigger), per esempio “ho un forte mal di testa, sarà grave?!”.

Questo trigger attiva le sue credenze metacognitive sulla salute, si attivano cioè dei pensieri sui pensieri stessi. Il cybercondriaco potrebbe ritrovarsi a pensare qualcosa del tipo “pensare il peggio di questo mal di testa mi salverà”, oppure “non posso smettere di pensare al mio mal di testa, è più forte di me”, oppure, più raramente, “se non mi preoccupo del mal di testa finirà che è un tumore al cervello”.

Queste credenze contribuiscono all’escalation di ansia per la salute in quanto, indurranno il cybercondriaco a rimuginare sulla propria condizione di salute percepita. Questa strategia viene vissuta apparentemente come funzionale per affrontare l’evento attivante, cioè il mal di testa iniziale.

Le credenze metacognitive e l’ansia portano il cybercondriaco a cercare online i sintomi del suo mal di testa spinto dall’ulteriore credenza di aver bisogno di cercare online altrimenti “non avrei pace, non starei mai bene” (credenze sui rituali) e di dover continuare a cercare finché, per esempio, “ho una sensazione interiore che mi segnala che posso fermarmi” o finché si sente più calmo (segnali di stop).

Le credenze metacognitive, le credenze sui rituali e i segnali di stop sono alimentati e alimentano a loro volta l’ansia determinando il mantenimento delle ricerche ossessive.

I risultati delle ricerche online ripetute forniranno una lunga serie di possibili diagnosi di malattie più o meno gravi in cui il cybercondriaco si riconoscerà, diventando, così, ancora più preoccupato di avere davvero un tumore al cervello.

A questo punto, sarà ancora più convinto di non poter controllare i suoi pensieri catastrofici sul mal di testa e di doversi preoccupare più che può per scongiurare il tumore, sperimentando sempre più ansia e continuando a guardare più siti web che può in cerca di rassicurazioni o possibili cure. Quello che si istaura è quindi un vero e proprio circolo vizioso che si autoalimenta in un escalation di ansia sempre maggiore

Trattamento della Cybercondria

Il modello metacognitivo della cybercondria sopra descritto individua anche alcuni degli aspetti preferenziali su cui lavorare con un cybercondriaco: le credenze metacognitive sulla salute, le credenze sui segnali di stop e sui rituali. Il percorso terapeutico prevedrà quindi l’individuazione dei pensieri e delle credenze disfunzionali e la condivisione con il paziente del loro ruolo nel mantenimento del problema stesso. Lo scopo sarà quello di ricercare pensieri e credenze più funzionali al proprio benessere psicologico.

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